Dottor Sibaldi cos’é per lei l’amore?

Intervista su: http://www.riflessioni.it/senso-della-vita/igor-sibaldi.htm

Attualmente, è una delle tante parole incerte della lingua italiana. E le parole incerte generano inevitabilmente retorica di bassa lega. In italiano possiamo dire, per esempio, «amore filiale», ma se una figlia dicesse al padre: «Io ti amo!» l’effetto sarebbe preoccupante.

È perché «amore» deriva dal latino amor, «desiderio appassionato ed esclusivo» (giustamente una vecchia canzone segnalava che Amore vuol dir gelosia), e amor a sua volta risale al sanscrito kama, «desiderio sessuale». È dunque sensato, in italiano, dire che «Dio ama gli uomini», dato che secondo la religione cristiana Dio ha avuto un figlio da un essere umano; ed è sensato dire che qualcuno «ami Dio», perché è possibile desiderare un rapporto appassionato con una Divinità. Ma non appena si parla di amore per gli altri, di amore per il prossimo, si è nella spiacevolissima situazione di non sapere esattamente cosa si stia dicendo: si prova cioè un senso di inadeguatezza – ma invece di accorgersi che il senso di inadeguatezza è dovuto a una carenza della lingua italiana, si crede che inadeguato sia colui che sta usando quel verbo. I più reagiscono a tale sensazione in modo punitivo: autopunitivo, pensando «Mi sento incerto quando parlo dell’amore per il prossimo, e di sicuro è perché non amo abbastanza, e dunque sono meschino»; oppure aggressivo, quando pensano che nel mondo non ci sia abbastanza «amore per il prossimo», perché la gente è cattiva. Altri invece, più giustamente, percepiscono qualcosa di falso nell’espressione «amore per il prossimo», ma ne deducono che i buoni sentimenti sono qualcosa di melenso.

Altre lingue sono più fortunate. In latino si diceva Diliges proximum tuum. La dilectio, cioè la capacità di preferire, era una parola bella e chiara. In greco, diliges era agapeseis, e l’agape era «trattare con grande affetto»: un’altra parola splendida. In inglese c’è love, in tedesco Liebe, in russo ljubòv’ (tutti apparentati al latino liber, «libero»), ovvero il «lasciare che una persona sia com’é davvero, perché ci piace così com’é». In queste altre lingue è un concetto che si spiega da sé, senza lasciare equivoci. Ma in italiano, parlare d’«amore» in una sede diversa da quella del corteggiamento spinto, è solo una trappola. Temo la si debba a certe incongruenze storiche del cattolicesimo; e attualmente non lascia scampo, in questa lingua.

Leggi anche: Io sono Essi