Wim Wenders: THE URBAN LANDSCAPE 1

15 gennaio 2011 | Autore Lino Bottaro

fonte:  http://www.archphoto.it/archivio.php?a=CINEMA1.htm

Pubblichiamo un estratto da “Wim Wenders – L’atto di vedere, 1992 Ubulibri, Milano“.
Si ringrazia Ubulibri Editore per avere concesso il diritto di utilizzo gratuito del testo.

“… voi infatti non dovete solo costruire edifici, bensì creare spazi liberi per conservare il vuoto, affinché la sovrabbondanza non ci accechi e il vuoto giovi al nostro ristoro …”

Wenders si rivolge a un pubblico di architetti riuniti in convegno a Tokyo il 12 ottobre 1991.

Non sono né un architetto né un urbanista, e posso parlarvi solo nella mia qualità di cineasta che ha vissuto e lavorato in diverse città, puntando la cinepresa davanti a tanti paesaggi – soprattutto paesaggi urbani, ma anche regioni di campagna, zone di confine, nodi autostradali o distese desertiche.

Il cinema è una cultura urbana, nata sul finire del secolo scorso e cresciuta parallelamente all’espansione delle metropoli. Il cinema e le città sono cresciute e diventate adulte insieme, e i film sono testimonianze dei grandi mutamenti che hanno trasformato le eleganti città del fine secolo nelle difficili e nevrotiche megalopoli odierne. Il cinema è stato anche testimone delle distruzioni di due guerre mondiali; ha visto crescere i grattacieli e i ghetti, ha visto i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri più poveri, è insomma lo specchio adeguato delle città del Novecento e degli uomini che le abitano. In misura maggiore delle altre arti, i film sono documenti storici del nostro tempo. La settima arte è stata in grado più di ogni altra di catturare l’essenza, il clima e le tendenze del suo tempo, anche le speranze, le paure e i sogni, articolandoli in un linguaggio universalmente comprensibile. Ma è anche divertimento, e il divertimento è l’esigenza urbana per eccellenza: la città doveva inventare il cinema per non annoiarsi a morte.

Diventato parte integrante e attiva del nostro ambiente, il cinema ci mostra il paesaggio urbano dalla prospettiva delle immagini, e vorrei che vi soffermaste un momento su questo temine: “immagine”. Non è certo un concetto chiaro e univoco, perché può indicare di tutto, sia entità totalmente astratte che fatti molto concreti. E le immagini di paesaggi urbani che il cinema ha tracciato nel corso della sua storia sono molto diverse dall’aspetto reale che hanno assunto oggi; i film ci suggeriscono movimento e dinamismo, una realtà in completa trasformazione.

Voi tutti sapete quanto si siano modificate le città, quanto sia cambiata ad esempio Tokyo negli ultimi cento, o cinquanta, addirittura negli ultimi dieci anni. Si tratta di un processo che sembra subire una continua accelerazione, e noi siamo ormai abituati sia ai cambiamenti che alla rapidità con cui si verificano. Ma contemporaneamente all’ambiente urbano cambiano appunto anche le immagini. Forse si può addirittura affermare che le immagini e le città si evolvono in maniera analoga, probabilmente parallela.

Gli uomini preistorici tracciavano disegni alle pareti delle loro caverne, incidevano forme sulla pietra o facevano segni sulla sabbia. Poi impararono a dipingere su altre superfici, nelle cupole delle chiese o su tele, e per secoli la verità poteva essere raffigurata solo tramite la pittura. Ogni immagine era un unicum: chi voleva osservare un’opera era costretto a guardare la tela o a visitare la chiesa che la conservava. Poi, con l’invenzione della stampa, le immagini vennero riprodotte e cominciarono a circolare, sotto forma di incisioni e riproduzioni.

Nell’Ottocento ci fu un grande balzo in avanti. Con l’invenzione della fotografia nacque un rapporto totalmente nuovo tra realtà e rappresentazione, che produsse una sorta di realtà di seconda mano. Il passo successivo non tardò a venire: le immagini fotografiche si misero in movimento. A quel punto, bastava entrare in un cinema della propria città per vedere il mondo intero. Passarono trenta o quarant’anni e arrivò un altro concorrente, l’immagine elettronica, che si dimostrò più rapida del cinema, capace inoltre di mostrare gli eventi dal vivo. Fu chiamata televisione, ovvero “vedere lontano”, e creò al contempo vicinanza e distanza. Le sue immagini erano più fredde, meno cariche di emozioni; e si allontanavano ancor più dall’idea che ogni raffigurazione dovesse contenere in sé la realtà. Non esisteva più un originale ben identificabile, come il negativo del processo fotografico, ed era necessario un maggiore apparato tecnico per colmare la distanza tra la realtà e lo spettatore seduto a casa davanti al piccolo schermo. Inoltre, la televisione isolava l’osservatore: non bisognava più uscire di casa, mettersi in fila e poi sedersi tra estranei per fare un’esperienza collettiva, quindi sociale.

Ma anche la televisione si vide presto esposta alle trasformazioni. Nacquero sempre nuove emittenti, si aggiunsero le televisioni via cavo, la ricezione via satellite e soprattutto i video [cioè “io vedo” in latino]. Con l’arrivo dei videotape, il pubblico non era più dipendente dalla programmazione delle emittenti, perché era in grado di decidere liberamente il proprio programma. Né era costretto ad acquistare videotape già realizzati, giacché poteva realizzare da sé immagini elettroniche. La tecnologia necessaria divenne sempre più semplice, più’economica, più maneggevole. Oggi chiunque può portare nella tasca della giacca la sua handycam, ogni bambino può realizzare la sua realtà di “seconda mano”. Ma anche questo non è l’ultimo cambiamento: ci troviamo infatti alle porte della rivoluzione digitale, e dell’immagine video ad alta risoluzione, della “high vision”. Le immagini elettroniche ne usciranno più mature, più belle, più cariche di dettagli e di fascino. E cancelleranno definitivamente ogni idea di “originale”, perché ciascuna copia sarà perfettamente identica al primo supporto registrato; ogni immagine elettronica sarà disponibile ovunque e ovunque riproducibile.

©copyright Ubulibri